Tacito, tu quoque!

Venerdi, 23/06/1989

La prossima volta che qualcuno mi dirà: “vincere alla lotteria una volta è possibile, ma vincere due volte di fila è statisticamente impossibile” gli riderò in faccia.

Oggi, come versione di latino, ci è stato dato un brano di Tacito che avevamo tradotto in classe un mese e mezzo fa e che mi ero rivisto proprio ieri. Tutte le soffiate su Cicerone (che non è che mi stesse troppo simpatico come personaggio, tra l’altro…) si sono rivelate una bufala.

Si, invece era proprio lui, Publio (o Gaio… o come mazza si chiamava 🙂 Cornelio Tacito, l’illustre storico imperiale.

tacito.jpgIl brano, tuttavia, non era tratto dagli Annales (o Ab excessu divi Augusti), l’opera con cui Tacito ha raggiunto l’immortalità storico-letteraria, bensì dal relativamente meno noto Dialogus de oratoribus. Comunque versione oggettivamente facilina e non a caso quasi tutti hanno consegnato prima dello scadere della quarta ora.

Ma vediamola un attimo:

Magna eloquentia, sicut flamma, materia alitur et motibus excitatur et urendo clarescit. Eadem ratio in nostra quoque civitate antiquorum eloquentiam provexit. Nam etsi horum quoque temporum oratores ea consecuti sunt, quae composita et quieta et beata re publica tribui fas erat, tamen illa perturbatione ac licentia plura sibi adsequi videbantur, cum mixtis omnibus et moderatore uno carentibus tantum quisque orator saperet, quantum erranti populo persuaderi poterat. Hinc leges assiduae et populare nomen, hinc contiones magistratuum paene pernoctantium in rostris, hinc accusationes potentium reorum et adsignatae etiam domibus inimicitiae, hinc procerum factiones et assidua senatus adversus plebem certamina. Quae singula etsi distrahebant rem publicam, exercebant tamen illorum temporum eloquentiam et magnis cumulare praemiis videbantur, quia quanto quisque plus dicendo poterat, tanto facilius honores adsequebatur, tanto magis in ipsis honoribus collegas suos anteibat, tanto plus apud principes gratiae, plus auctoritatis apud patres, plus notitiae ac nominis apud plebem parabat.

Con relativa traduzione:

La grande eloquenza è come la fiamma: ha bisogno di legna che la alimenti, di movimento che la ravvivi, e allora brilla mentre brucia. Anche nella nostra città l’eloquenza dei nostri padri ha trovato il suo sviluppo nelle stesse circostanze. Infatti, benché certi oratori contemporanei siano riusciti a ottenere i successi che è lecito attendersi in uno stato bene ordinato, in pace e in prosperità, tuttavia ai loro predecessori, in quei giorni di caotico disordine, pareva di poter raggiungere mete più alte, quando, nella fluidità della situazione generale e nell’assenza di un’unica guida, ciascun oratore trovava la misura della sua forza nella capacità di influire sul popolo disorientato. Da qui proposte di legge ininterrotte e il peso esercitato dal popolo; da qui le arringhe dei magistrati che quasi passavano la notte sui rostri; da qui la messa in stato d’accusa di personaggi potenti e le inimicizie coinvolgenti intere famiglie; da qui la pratica faziosa della nobiltà e i continui attacchi del senato contro la plebe. Tutti questi comportamenti dilaniavano lo stato, ma costituivano uno sprone per l’eloquenza di quel tempo e la facevano apparire come la destinataria di un cumulo di vistose ricompense, perché quanto più uno si affermava con la parola, tanto più facilmente conseguiva alte cariche e superava in esse i propri colleghi, tanto più favore godeva presso i potenti e tanta più autorità nel senato, e tanto più si assicurava notorietà e fama agli occhi della plebe.

 

Meno male che era facile… adesso le traduzioni di Cicerone nascoste in bagno possono farsi un bel bagno…. nel Brenta 🙂

 

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Tacito, tu quoque!ultima modifica: 2009-06-23T18:00:00+02:00da 20annifa
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